Manuela Baroncini

Alla postaSono alla posta.

In uno di quei giorni di grazia, se si vuole, in cui ti senti aperta al mondo, in uno stato di benessere. Uno di quei giorni in cui stai con le cose così come sono, facilmente, naturalmente.

E così la fila alla posta – lunga – non è altro che l’ennesima occasione di pratica, di apertura.

E questo ha come effetto un corpo e una mente rilassati e un sorriso sul volto.

Accanto a me, in fila, una signora di una certa età.

I nostri sguardi si incrociano, io accentuo naturalmente il sorriso come a salutarla.

“Signorì, lo vede si? Eh, lo vede? Sempre così mannaggia alla paletta! Sempre la stessa solfa! La gente ammassata, le pensioni da ritirà, le bollette da pagà, e su 7 sportelli solo 3 aperti! Mannaggia alla paletta!”.

Sempre col sorriso accenno ad un assenso solidale col capo.

“… Anche perché, vojo dì, nun se sapesse! Ma se sa! Se sa! Tutti li mesi è così, quindi se sa; eppure, o, sempre la stessa storia, mannaggia alla paletta!”.

Mi guarda, la guardo.

“… e poi, vojo dì, le tasse le pagamo no? E allora?! Sti servizi benedetti che li pagamo a fa? Se poi ce tocca fa la fila pe du’ ore alla posta, magari pure pe’ pagà o per ritirà ‘na cosa che te spetta, come la pensione!, mannaggia alla paletta!”

Mi guarda, la guardo (sempre sorridendo).

“… signorì?”

“Sì?”

“Ma lei proprio nun dà soddisfazione, me scusi eh?”

“Come?”

“Bè sì, vojo dì, nun parla, nun reagisce, nun s’enfervora manco un po’! Insomma, se fanno certe belle sfuriate insieme alla posta, ch’è ‘na meraviglia! Certe arrabbiature che… insomma se passa er tempo, ce se fa compagnia, ecco, vojo dì…”

La guardo. “Bè ma la sto ascoltando”

“… eh ho capito signorina bella, ma nun c’è dialogo… vojo dì a lamentasse da soli… alla fine che gusto c’è scusi? Nun è che proprio se passa er tempo a lamentasse da soli, sa? Abbia pazienza!”

La signora, un po’ stizzita, distoglie l’attenzione da me, si guarda intorno a cercare qualcun altro con cui “farsi compagnia”, ma a parte me c’è un ragazzino di 12, 13 anni e si capisce che non può essere di compagnia per la signora… Intanto io continuo a farmi compagnia ascoltando il respiro, i rumori, il vociare, sentendo i piedi – un po’ doloranti – ben piantati per terra.

E sempre quel sorriso accennato ma visibile sul volto.

“Signorì?”

“Sì?”

“Ma ‘sto sorriso, ‘st’aria serafica che c’ha… je dev’esse successo qualcosa de bello, dico… oppure…”

“Oppure?”

“No perché je dà un po’ ‘n’aria da… ecco nun s’offenda eh? ‘n’aria un po’ da spersa…, si! Nun se la prenda eh, è ‘n’impressione…”

La guardo e rido divertita. Lei anche accenna a una risata, ma poi si fa di nuovo seria.

Rimaniamo in silenzio, ogni tanto lei borbotta qualche imprecazione: la fila non si muove.

Ad un certo punto lancia anche qualche lamentazione ad alta voce, a farsi sentire anche da chi sta dietro agli sportelli. Mi guarda di nuovo… con aria interrogativa (quel mio sorriso sotto sotto la perplime… che ci sarà mai da sorridere in una situazione del genere!?).

“Signorì?”

“Mi dica”

“Scusi eh… ma lei… c’è o ce fa?”

“In che senso scusi?”

“Boh, come je posso dì, nun me sembra tanto… tanto presente ecco! C’ha qualcosa de… nun so”

“Ma scusi, solo perché non mi lamento?” Sorrido ancora di più. “Comunque se proprio lo vuol sapere né ci sono né ci faccio. Diciamo che… ci sono diventata!”, e rido.

“Oddio, signorì!! Un incidente!”

“Un incidente?? Beh, una specie (rido). Un incidente di percorso…”

“Oddio! Ecco io lo dico sempre a mì nipote: attento co ‘sta macchina, devi guardà gli altri più che te”

“Ma no, che ha capito? Che c’entra la macchina! E’ che ho incontrato delle persone e…”

“Oddio! E che j’hanno fatto signorì, j’hanno fatto der male?”

“Ma no anzi, mi hanno mostrato…”

“Oddio oddio, che j’hanno mostrato signorì, ‘sti zozzoni! Lo dico sempre a Luisa, mì nipote: te sta’ attenta che ce stanno in giro tanti zoticoni delinquenti che nun aspettano altro che ‘na ragazzina ingenua come te…”

“Ma che dice signora! Non ha capito, se non mi lascia dire… Ho incontrato delle persone che mi hanno mostrato… un’altra via, un altro cammino e…”

“E s’è persa! Mo’ ho capito. Ma lei perché dà retta ai primi che incontra scusi? Che nun ce lo sa che chi abbandona la vecchia strada per la nuova sa cosa lascia ma nun sa che trova?”

“No signora, non parlavo di via in quel senso… parlavo di una via metaforica, di un sentiero di vita, insomma come dirle, questo sorriso, quest’aria così serafica – come dice lei – (ci provo) insomma: ha mai sentito parlare della MEDITAZIONE?”

Sgrana gli occhi, si mette le mani sulla bocca e… “no! Ma nun sona tanto bene… E’ brutta come malatia?? E ce stà ‘na cura?  Ora me spiego signorì… me dispiace tanto sa”.

Sto per rispondere… ma rinuncio, sorrido e la guardo con tenerezza, e poi scoppio a ridere.

“Meno male signorì che la prende a ride… deve avé un bel carattere lei… co ‘sta brutta cosa che se ritrova… come se chiama? Mezione, mertizione, meditazione… a orecchio dev’esse un’infezione, a orecchio…”

Mi guarda ancora e poi sbianca…

“Nun è che è contagiosa no? Vojo dì… bè ma se fosse contagiosa c’avrebbe armeno la mascherina no? Eh si, pe forza eh”… “comunque signorì mo’ che me c’ha fatto penzà, devo passà in farmacia sa… pe la medicina de mi marito…”

“E la fila? Vuole che le tenga il posto?”

“No, no, nun se preoccupi signorì… tanto magari ce torno più tardi co la vicina, quella sì che è ‘na chiacchierona: certe lamentazioni vengono fori insieme! Bè, tanti auguri signorì, pe la salute, dico… e speriamo che guarisce da ‘sta malatia… arrivederci”.

“Arrivederci signora”.

Continuo a ridere tra me e me, pensando alla signora e alla sua paura di essere contagiata! E le mando metta*, augurando a lei e a tutti gli esseri viventi di non sviluppare mai anticorpi contro la… meditazione.

 * La pratica di “metta” è un esercizio di meditazione che generalmente viene insegnato come un tipo di meditazione di tranquillità. I meditanti coltivano pensieri di benevolenza nei propri confronti e poi condividono questa benevolenza con altri, includendo infine, in modo equanime, tutti gli esseri dell’universo.

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